Vini emiliani

I vini caratteristici della regione Emilia Romagna

Enoteche emiliani

Le enoteche presenti nella regione Emilia Romagna

L’ Emilia Romagna si presenta con la via Emilia che l’attraversa in tutta la lunghezza: da una parte l’Appennino con morbidi rilievi assai favorevoli alla vite per giacitura e clima; dall’altra la pianura, che scende verso il Po e la costa adriatica.

Lungo la Via Emilia incontriamo quattro zone produttive omogenee per tradizione e composizione. La prima interessa i Colli di Piacenza e di Parma, dove prevale la Barbera e la Bonarda, come nel confinante Oltrepò Pavese; poi vengono le terre del Lambrusco, estese dalla collina alla riva del Po nelle province di Reggio nell’Emilia e Modena; seguono i Colli Bolognesi e la basse valle del Reno, dove prevalgono vini bianchi di tradizione, infine si stende il grande vigneto dell Romagna con Sangiovese, Albana e Trebbiano a dominare la scena. Chiude il quadro regionale l’appendice ferrarese con le vigne impiantate a Fortana sulle sabbie del Delta del Po.

In regione due vitigni coprono da soli quasi il 50% del vigneto: il Trebbiano e il Sangiovese, che caratterizzano soprattutto la Romagna. A rafforzare la posizione dei rossi vengono poi il consistente gruppo dei Lambruschi, l’Ancellotta, la coppia Barbera e Bonarda. Per i bianchi buona presenza dell’Albana, da cui si trae l’unico vino Docg regionale. Restano da citare alcune realtà locali come il Montù del Basso Reno e la Malvasia Bianca di Candia di Parma e Piacenza. Riguardo le forme di coltivazione, la regione presenta diverse peculiarità. Innanzitutto tra le vigne a sviluppo orizzontale, sono da segnalare la pergola emiliano-romagnola e la pergoletta romagnola, collegate alla tradizionale coltura promiscua, mentre tra le forme a spalliera si segnala il guyot doppio alla piacentina.

La zona dei Colli Piacentini, rappresenta una zona vinicola relativamente omogenea dove, prevalentemente, troviamo Barbera e Bonarda che sono al servizio del Gutturnio, il vino più rappresentativo della zona, che va a nozze con i celebri salumi piacentini. Il Dolcetto è di ascendenza piemontese, mentre Merlot, Cabernet e Pinot Nero sono introduzioni di inizio ‘900. Tra i bianchi spiccano Malvasia di Candia, Trebbiano e Ortrugo, che danno il Trebbianino Val Trebbia; la stessa terna, con un contributo di Moscato, dà corpo al Monterosso Val d’Arda. Uve autoctone minori, come Marsanne e Berverdino, si ritrovano nel Vin Santo di Vigoleno. Tra i bianchi d’importazione, ottimi risultati per Sauvignon, Chardonnay, Pinot Bianco e Pinot Grigio. L’enologia piacentina sta vivendo un ottimo momento di successo di pubblico, cui non è estraneo l’ottimo rapporto qualità-prezzo.

La provincia di Parma dà un formaggio ed un prosciutto crudo noti in tutto il mondo, ma anche altre prelibatezze come il Salame di Felino, la Spalla di San Secondo e il Culatello di Zibello. Quanto ai vini, nelle valli comprese tra l’Enza e lo Stirone i rossi Barbera e Bonarda si mischiano nei tini del Rosso Colli di Parma e concludono la parabola iniziata nell’Oltrepò Pavese. Tra i bianchi, gran spicco per la Malvasia di Candia che ai tempi di Napoleone veniva inviata oltralpe; oggi viene prodotta in versione sia secca che amabile, comunque quasi sempre frizzante. Lo stesso dicasi per il Sauvignon, spesso vinificato con il metodo champenoise per ottenere spumanti di vaglia.

I vigneti del Lambrusco, nei suoi diversi ceppi, si stendono a cavallo del confine tra Reggio nell’Emilia e Modena, dalle colline fin quasi al Po. Il vino che ne deriva è una bandiera dell’enologia emiliana e trova perfetto abbinamento con i piatti della tradizione locale, dalle paste lavorate allo zampone, fino ai dolci. Nonostante il grande favore popolare, nelle sue terre e fuori, è stato a lungo considerato un vino di serie B. Oggi stiamo assistendo ad un’inversione di tendenza, grazie ad un effettivo innalzamento della sua qualità.

La Doc Reggiano ha vigne in collina ed in pianura: il Lambrusco vi è presente con una prevalenza della varietà Marani. Poi vi è la Doc Colli di Scandiano e di Canossa, che spicca come un’isola di vini bianchi nel mare del Lambrusco. La varietà più interessante è il Sauvignon, che è base per un vino di notevole tradizione locale. Tra i rossi spiccano Marzemino e Malbo Gentile, antiche varietà locali in via di recupero.

Una segnalazione merita l’aceto balsamico tradizionale, che accomuna Reggio e Modena nell’attesa di specifici riconoscimenti Dop. Non è un comune aceto di vino, ma il derivato dalla cottura di mosto d’uva Trebbiano, in prevalenza, con aggiunte di Ancellotta e Lambrusco. Determinante è poi l’affinamento, come minimo di dodici anni, con travasi in legni di diverse essenze ed esposizione alle forti escursioni termiche dei sottotetti, un po’ come per il Vin Santo, al fine di agevolare l’assorbimento dei tannini nobili dei legni.

Nella provincia di Modena sono tre le varietà di Lambrusco, tutte Doc, che monopolizzano la viticoltura: nella piana tra Panaro e Secchia, il Lambrusco di Sorbara; a nord-ovest della città e nella bassa, il Lambrusco Salamino di Santa Croce; dalla collina alla via Emilia, il Lambrusco Grasparossa di Castelvetro. Nella zona ha un ruolo di spicco il vitigno Malbo Gentile, ceppo spesso compreso negli uvaggi del Lambrusco; è una varietà vigorosa e produttiva, capace di raggiungere contenuti zuccherini elevati, che oggi viene anche vinificata in purezza.

Nella vigna dei Colli Bolognesi, che ha come riferimento produttivo il centro di Monte San Pietro, prevalgono le uve a bacca bianca. La rassegna, ampelografica della Doc Colli Bolognesi comprende Chardonnay, Pinot Bianco, Riesling Italico e Sauvignon, ma deve a un vitigno autoctono di antica storia la sua nota di originalità: si tratta del Pignoletto, da qualche tempo al centro di una meritevole campagna di rilancio, che prevede anche la perimetrazione di una zona Classica. Tra i rossi si registrano produzioni di Barbera, di antiche origini , Merlot e Cabernet Sauvignon, di più recente impianto.

La zona Doc Reno interessa il tratto inferiore del fiume e la sua caratteristica enologica è data dal vitigno a bacca bianca Montù o Montuni, Si tratta di un ceppo di antica tradizione che grazie alla tutela ha conosciuto un buon rilancio.

La produzione ferrarese rientra nella Doc Bosco Eliceo, che ha riferimento storico nelle terre delle Abbazie nel Delta del Po e zona di produzione odierna nella fascia adriatica tra Ferrara e Ravenna. Sono i cosidetti “vini di sabbia”, così come vengono presentati. Il vitigno principale è l’Uva d’Oro, che si ritrova anche altrove con il nome Fortana, Se ne trae un rosso di contenuta gradazione da bere in gioventù con i salumi ferraresi i i pesci delle valli.

La Romagna, per chi scende dalla via Emilia, ha inizio non lontano da Bologna, a Castel San Pietro, anche se amministrativamente ci troviamo ancora in Emilia. Il territorio anticamente sottoposto alla Chiesa Romana corrisponde grosso modo alle odierne province di Forlì-Cesena, Ravenna e Rimini, più il territorio bolognese di Imola. Qui la vigna interessa la fascia che dalla media collina si spinge in pianura fino a Lugo. Indubbio protagonista della viticoltura romagnola è il Sangiovese, uno dei vitigni a bacca rossa più diffusi dell’intera penisola. Gli si affiancano i bianchi, il Trebbiano, rilevante per produzione, e l’Albana, che la tradizione fa discendere da un ceppo importato al tempo dei Romani; oggi protagonista dell’unica Docg regionale. Completano il quadro alcuni vitigni indigeni che la tutela ha sottratto al declino: il rosso Cagnina, che dà un vino dolce, e il bianco Pagadebit, proverbiale per la sua “generosità produttiva”.

 

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